

Ogni giorno,verso sera, il silenzio della cartolina dello specchio d’acqua racchiuso fra la punta Balbianello e gli incanti di Bellagio è attraversato da un rombo di tuono: è Tullio Abbate che prova un motoscafo a forma di proiettile da cannone. Il lago è piatto, il sole è al tramonto. E in un simile scenario (nel bel mezzo del lago di Clooney) si celebra da quasi un secolo il rito pagano più atteso dai timpani degli abitanti di Lenno, Azzano, Tremezzo, Griante. Qui è nata la motonautica italiana, qui papà Guido riuscì a inventare l’arte della velocità . E qui Tullio Abbate, 61 anni, figlio di quel padre geniale fra i pionieri, continua a percorrere la strada tracciata sull’acqua del destino. Invisibile ai più, chiarissima per lui.
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Tullio Abbate, quando contrae questa febbre per la motonautica?
“A 14 anni, quando entro nel cantiere di papà . Lui è già un gigante, io pendo dalle sue labbra. Lui monta su un motoscafo il motore dell’Alfa Romeo di Frangio e realizza il bolide sul quale Mario Verga fa il record del mondo di velocità alla media di 226 kmh. Mi manda in Francia a imparare la lingua, mi fa conoscere i grandi della F1 – Stewart, Clarke-, mi affida a G.B. Guidotti per farmi conoscere il mondo della velocità . Guidotti è quel signore che vinse una Millemiglia a fari spenti con Nuvolari.”
Ama il mondo delle corse e comincia a correre. Ma non per partecipare, per vincere.
“E’ durissima. In questi quattro chilometri di lago c’è il meglio della motonautica italiana: Abbate, Rimossi, Mostes, Molinari di Lezzeno, Colombo. Tutte persone che avevano lavorato col papà . Ma io ero giovane, avevo un sacco di idee in testa. E la voglia di fare la rivoluzione, quella vera, quella della tecnologia. Così un giorno, a Parigi, vedo la Madonna.”
Apparizione miracolosa?
“Quasi. Si corre la Sei ore di Parigi e in mezzo ai bolidi consueti, mi appare una piccolissima barca con la camera a . Era pure brutta. Ma contava il materiale: vetroresina. La luce, il futuro. M’innamoro e cominciano i problemi. Papà aborre la vetroresina, lui che costruisce Stradivari col timone non sopporta che il figlio lo tradisca così. Ma io non mi arrendo e in un garage – il cantiere mi era vietato – metto insieme il primo motoscafo tutto mio. Papà lo guarda, fa una smorfia e dice: è una cassetta dei garofani.”
Cambierà idea…
“ In fondo, mai. Però deve conviverci, perché la cassetta dei garofani comincia a vincere. Nel 1964 rischi di arrivare primo nel campionato d’Europa con un motore 1300 contro i 5000 e gli 8000 dei big. Per forza, le loro barche pesano 15 quintali, la mia 300 chili.
Abbate vince tutto. Campionati europei, gare mondiali, la Centomiglia del Lario. E vince anche nella vita: nel 1969 apre il suo primo cantiere , quasi di fronte a quello del padre. La sfida continua.
“Da allora, in 35 anni, ho sfornato 8000 barche. E le ho vendute in tutto il mondo. E su quelle barche ho avuto l’onore di mettere anche i motori Ferrari, Porche, Lamborghini. Fra i miei clienti? Schumacher, Piquet, Gilles Villeneuve, Maradona, Matthaeus, Prost, Senna, Vialli, Mancini, Giacomo Agostani, Arturo Merzario, Bruno Giacomelli, Vittorio Emanuele di Savoia, la principessa Caroline di Monaco e Stefano casiraghi, la famiglia Marzotto e la famiglia Gancia, Silvestre Stallone, Madonna. Qui ci siamo abituati ai divi una trentina d’ anni prima dell’arrivo di Clooney.”
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Qui, nel cantiere che prima era una filanda. Qui dove si costruivano racchette da tennis e sci.
“Si, perché io sono un uomo di lago e mai abbandonerei quest’angolo di mondo. Qui sono nati i Sea Star e l’Offshore 36, l’Executive e l’Exception, una barca che ha cambiato la storia della nautica. Velocità e sicurezza: un giorno i miei punti cardinali sono diventati anche quelli di Giorgetto Giugiaro.”
Quando la conobbe, il grande designer le diede del pazzo.
“Si. Accadde quando mettemmo in acqua l’Exception’70. Lui mi disse: bella, ma adesso mi faccia vedere i disegni. Io lo guardai e risposi: non ci sono, facciamoli adesso. L’avevo costruita con il metodo di papà : un’idea, quattro linee tracciate per terra e lo stampo. Voglio ricordare che adesso, quasi tutte le barche che si vedono sui giornali sono degli incesti dell’Exception.”
E suo padre?
“Si ritirò nel 1975. Guardava il cantiere crescere dalla sua terrazza sul lago. Vedeva passare i miei motoscafi e faceva da controllo qualità .  Mi chiamava e, solo dal rumore, diceva: attento , quello ha il motore troppo avanti.Mi ha portato fortuna: dal 1975 ho venduto 250 barche l’anno, con punte di 350.”
E adesso?
“ Adesso festeggio i 35 anni del cantiere e proseguo. Mi ha affiancato mio figlio Tullio junior, siamo una bella coppia. In questo specchio d’acqua, che ha nel dna la velocità , si continuerà a sentire il rombo dei nostri motori. E poi ho un sogno nel cassetto…”
Apre veramente un cassetto. Talvolta il sogno è un disegno, uno stupendo motoscafo schizzato a matita.
“Voglio realizzare una barca che possa attaccare il mito del Riva Aquarama. Lo chiamerò Villa d’Este special, sarà ipertecnologico e velocissimo. Ma soprattutto sarà in legno di mogano. Si, il cerchio si chiude e io torno là dove sono patito. Da mio padre, con l’odore della colla sotto il naso.”
E quando passerà davanti a quella terrazza di Lenno per provare il bolide, non sentirà nessun alito di vento. Questa volta papà Guido non avrà critiche da muovere.
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